Mercoledì 21 marzo 2018. Conferenza del Prof. Danilo Falsoni.

La prossima conferenza del 21 marzo 2018

si terrà alle ore 16 presso la Sala Conferenze dell’Emeroteca in Broletto.

Tratterà un argomento che ci sta a cuore

il Prof. Danilo Falsoni che già altre volte

ci ha deliziato con le sue argomentazioni.

INVITO FALSONI

FAHRENHEIT 451, ROMANZO TRA FANTASCIENZA

E AGGHIACCIANTE PROFETISMO.

Fahrenheit 451 è considerato uno dei più rilevanti romanzi della letteratura distopica, che si differenzia da quella utopica per i contenuti pessimisti, catastrofistici che caratterizzano l’ambito spaziale e temporale (ovviamente futuro) in cui si proiettano i fatti narrati.

Se, quindi, l’utopia assume una funzione di risposta a desideri e speranze che destrutturano un presente negativo e minaccioso per ricomporlo in una chiave idealizzata entro un immaginario consolatorio e gratificante, la distopia all’opposto proietta la minaccia in un futuro che appartiene sì all’immaginazione ma, esaudendo un’istanza dinamicamente critica sul presente, lo trasforma in oggetto disforico, essenzialmente catastrofico, seppur lasciando talvolta aperture a vie di fuga salvifiche (come ad es. in Animal farms di Orwell o nello stesso Fahrenheit 451).1

La trama è nota, assai popolare anche grazie alla riduzione cinematografica che F. Truffaut ne fece nel 1966, sebbene rimanga incerto il significato del numero del titolo – secondo l’autore indicherebbe la temperatura a cui la carta brucia, ma il dato è inesatto.

La società raffigurata da Bradbury nel romanzo, collocata in un vago futuro, è l’estensione di quell’american way of life degli anni ’50, indirizzata sulla via di un consumismo acritico, contrassegnato da forti venature illiberali – si ricordi che all’epoca imperversava negli USA il maccartismo –, società sulla quale un controllo mediatico onnipervasivo, ritratto in termini che allora potevano apparire fantascientifici, è in grado di omologare totalitariamente le menti dei cittadini che vivono ormai chiusi nelle loro case, dalle pareti coperte da schermi giganteschi, in una pseudocomunicazione claustrofobica e virtuale che ha eliminato i rapporti reali con le persone e la natura.

In tale società sono banditi il pensiero difforme, la riflessione personale, il senso critico, l’immaginazione, la diversità, considerati fonti di infelicità, di inquietudine individuale e, conseguentemente, nel momento in cui si propaghino e diffondano, di disordine e disarmonia sociale.

In realtà, la disperazione e la depressione esistono, ma sono ufficialmente negate o temporaneamente sopite attraverso psicofarmaci: lo si apprende già dalle prime pagine del romanzo in cui è descritto l’ennesimo tentativo di suicidio di Mildred, moglie del protagonista Montag, alla quale viene praticata, in un modo divenuto quasi rituale, l’ennesima lavanda gastrica.2

In questo contesto, la fonte primaria e nefanda di negatività per i cittadini sono i libri, che infatti sono legalmente banditi, considerati nemici primi di quella “felicità” omologata e conformistica praticamente imposta dal potere a individui ormai condizionati e passivamente acquiescenti al nuovo stile di vita. E il corpo dei pompieri assume paradossalmente il ruolo di appiccare il fuoco ai libri che rimangono clandestinamente in circolazione.

Da un punto di vista strettamente letterario, stilistico, il romanzo non è un capolavoro, la scrittura scorrevole, ma non particolarmente affascinante e originale, con una netta prevalenza di dialoghi: e tuttavia, esso è considerato tale – e oggi possiamo dire che effettivamente lo è – per il suo messaggio particolarmente suggestivo e anticipatore, dato che lo stile di vita impostosi in occidente è per vari aspetti simile a quello descritto, nella misura in cui appare condizionato dal gigantesco ruolo dei media, soprattutto dopo la rivoluzione informatica (nel 1953, anno della pubblicazione, ancora relativamente lontana).

Effettivamente, uno degli aspetti chiave del testo è la grande lucidità e capacità di anticipazione quasi profetica dell’autore nel suo sguardo sul futuro della società; in ciò egli realizza perfettamente quella prerogativa propria della facoltà immaginativa, della poiesi artistica, di anticipare spesso aspetti della vita sociale che si sarebbero realizzati solo in un futuro più o meno lontano: e questa funzione appare possibile proprio in virtù della peculiarità del processo artistico che, saltando passaggi logici grazie al procedimento intuitivo della fantasia, giunge a prefigurare e scoprire anticipatamente aspetti della realtà inusitati, alla cui definizione la facoltà razionale, procedendo per collegamenti rigorosi chiari, distinti e consequenziali, giunge molto successivamente e approssimativamente, soprattutto in ambiti così aleatori come quelli delle trasformazioni riguardanti la psicologia degli individui e i movimenti della società.

E’ come se la letteratura leggesse la realtà con strumenti irrazionali sì, ma assai più efficaci, nella sua indagine asistematica, di quelli della razionalità: ed è uno degli elementi che costituisce la forza e la suggestione della scrittura artistica. Tale prerogativa appare particolarmente efficace nelle narrazioni fantascientifiche, che elaborano con inventiva e fantasia ipotesi future di vita derivanti dall’evoluzione della scienza e della tecnica: si pensi ai romanzi di Verne a fine ‘800 e alla loro così acuta abilità nell’esplorare i confini delle potenzialità di un sapere nuovo che sembrava concretizzare le utopie della Nova Atlantis di Bacone.

Nell’era in cui la televisione stava divenendo elemento chiave nella formazione del consenso sociale e nella omologazione culturale delle menti, Bradbury, forzando i confini del verosimile e inoltrandosi nelle terre ignote del probabile, scandaglia uno dei più significativi aspetti della società massificata: il condizionamento, la persuasione occulta, la manipolazione delle masse (non a caso negli anni ’60 verrà pubblicato un testo fondamentale della sociologia contemporanea: quel I persuasori occulti di V. Packard,3 che tanto successo ebbe in quanto lettura dei meccanismi con cui il potere economico stava soggiogando le menti). E’ la società che, ancora audiovisiva, diventerà, di lì a poco, società mediatica, cioè basata sull’efficacia e la pervasività onnipresente della comunicazione e che assume una dimensione sempre più totalitaria nell’organizzazione della vita delle persone.

Quelle case con gli schermi a parete, in cui i cittadini interloquiscono – o ne hanno l’impressione – con gli attori delle trasmissioni di intrattenimento, hanno molte analogie con la presenza ormai capillare nelle case della tv, dei pc o dei tablet o smartphone divenuti quasi gli unici strumenti di interlocuzione fra individui sempre più isolati, impegnati e pressati da un’ansia di rimanere in contatto costante, nell’illusione che ciò costituisca una vera comunicazione, mentre non è che scambio semiotico di messaggi frammentati, superficiali e dispersivi, altro dalla vera comunicazione che passa attraverso canali percettivi naturali quali la verbalità diretta, la vicinanza fisica, il contatto corporeo, la comunicazione paraverbale e non verbale…:

Che cosa c’è di nuovo oggi alla tv? Domandò lui con aria stanca.(…)

Questa è una commedia che trasmetteranno sul canale parete-parete entro 10 minuti. Mi hanno spedito per posta la parte stamattina. Scrivono un lavoro con una parte mancante. E’ una nuova idea della tv. Quella che rimane in casa, cioè io, è la parte che manca. Quando viene il momento delle battute mancanti, tutti si girano verso di me a guardarmi dalle tre pareti ed io dico le battute. Qui, per esempio, l’uomo dice: “Che te ne pare di tutta questa idea, Helen?” E intanto guarda me, seduta qui, al centro del palcoscenico, vedi? E io rispondo, rispondo.”

Tacque, seguendo col dito le righe del copione. “Oh, a me pare che sia un’idea stupenda!”

Poi la commedia va avanti fino a quando l’uomo dice: “Sei d’accordo anche tu, Helen?” E io rispondo: “D’accordissimo!”. Non è una cosa divertente, eh, Guy?

.

Una cosa davvero divertente. E lo sarà ancora di più quando potremo fare l’impianto della quarta parete. Quanto tempo credi che dovremo aspettare prima di poter far portar via quella parete e installare una quarta parete tv? In fondo, la spesa non supera i duemila dollari.”4

Quale impressionante analogia con i programmi televisivi talk-show in cui è prevista la partecipazione degli spettatori attraverso telefonate in diretta, interventi che suscitano nella gente l’impressione di essere in qualche modo protagonisti, coinvolti nelle vicende che vengono trattate, importanti, mentre tutto si risolve in un tripudio di sproloquianti vanità e pettegolezzi! Ma si può anche vedervi qualche somiglianza con i commenti onnipresenti alle notizie via web, attraverso le chat, o i contatti effimeri e superficiali attraverso i social networks come Facebook etc..

In ogni caso, quella raffigurata è una società dei media, dei video, della comunicazione telecomandata dall’esterno, una sorta appunto di Grande fratello (è d’obbligo il rimando a Orwell) che gestisce tempo libero, interessi e orientamenti, non certo dissimile da quella condizionata dai gestori attuali della telefonia e di Internet, i quali utilizzano legalmente le informazioni sulle scelte e preferenze degli utenti per assecondarne e reindirizzarne gusti e abitudini mediatiche ed esistenziali, alla faccia della tanto conclamata privacy.

Il risultato è un’apparente comunicazione frammentaria e superficiale, nei cui interstizi si insinuano solitudine, noia, disperazione, proprio perché ciò che manca è un autentico rapporto completo, in grado di riempire i bisogni comunicativi ed espressivi, di vera condivisione e scambio, della persona.

Nel nostro romanzo, il personaggio portavoce di questa istanza “naturale” è la piccola Clarisse del I capitolo, che con il suo anticonformistico senso della vita, fatto di voglia di parlare direttamente con le persone, di vivere il contatto con la natura, di scoprire la vita reale, avrà una parte notevole nel risveglio della coscienza del protagonista milite del fuoco.

Un altro concetto fondamentale del testo è il ruolo attribuito ai libri: qui veramente Bradbury individua nel “libro” lo strumento chiave di diffusione e creazione di civiltà, in quanto espressione della parola scritta nella sua funzione quasi magica di trasmissione della sapienza del passato, ma soprattutto come matrice di quell’incontro, dialogo, scambio e riflessione che costituiscono il fondamento di ogni atto culturale: il libro è la concretizzazione di quell’atto quasi miracoloso attraverso il quale l’uomo può instaurare attraverso il tempo – qualunque distanza temporale esso comporti – una comunicazione di idee che è maieuticamente generatrice di nuovo pensiero, che potrà a sua volta lasciare traccia di sé oltre le generazioni.

In quanto tale, come “oggetto” sensoriale della scrittura/lettura, esso assume un ruolo concreto di espressione dell’attività del pensiero, della intelligenza come esercizio e sforzo di comprensione – e conseguentemente di trasformazione – del reale, ma si carica anche di una valenza simbolica di ogni attività libera e individuale della facoltà intellettiva dell’uomo, dato che dinanzi a un libro ognuno si pone con una libertà fruitiva senza limiti.

Il tema appare di bruciante attualità (è proprio il caso di ricorrere a un tal termine), sul filo sottile lungo il quale si snoda oggi la discussione sul futuro del libro, che è, per certi aspetti, sibillina e sofistica, poiché non coinvolge l’essenza e il valore della lettura, quanto gli strumenti e le modalità di essa: tablet, e-book o altro mezzo non sono che surrogati tecnologici del libro cartaceo tradizionale, il quale sembra mantenere ancora una supremazia, essenzialmente attribuibile alla sua maggior versatilità fruitiva e a quell’aspetto di rilevanza “sensoriale” ed emotiva che lo rende più manipolabile, personale e meno anonimo e freddo di un liscio display.

Certo, nella società dello sciocchezzaio demagogico, in cui conta inseguire novità solo in quanto tali per apparire politically correct, c’è anche chi predica e auspica la morte del libro tradizionale, senza rendersi conto della sua maggiore forza e potenzialità fruitiva, probabilmente anche per inseguire interessi economici (le imprese produttrici di tablet e altri strumenti informatici di lettura premono in tal senso), ma anche senza rendersi conto che il dibattito vero deve vertere sull’essenza dell’atto di lettura, da salvaguardare e diffondere il più possibile presso le nuove generazioni, non da affossare in nome di una esclusiva e insufficiente quanto ammaliante civiltà dell’immagine che dei nuovi media si fa portatrice.

Eliminare il libro e la lettura, dunque, significa eliminare il pensiero libero e costruttivo, soggiogando le menti a rutilanti correnti d’immagini e di suoni, proprio come avviene nel romanzo di Bradbury, in cui la gente vive anche con inseparabili auricolari 24 ore su 24 nei quali viene insufflata la nuova concezione dell’intrattenimento mediatico, come accade al personaggio di Mildred. Ma a riprova della profetica attualità del testo, consideriamo oggi, intorno a noi, quante persone camminano o agiscono come automi ascoltando nelle cuffie musiche o blateranti voci che li astraggono dalla realtà circostante?

La vera e propria teorizzazione filosofica dello stile di vita del fantascientifico paese di Fahrenheit 451 è affidata alle parole del capitano Beatty, il comandante del corpo dei pompieri, diretto superiore di Montag, il protagonista in crisi: Beatty, che ha capito il problema del suo milite, gli espone benevolmente la filosofia dei nuovi tempi:

Immagina tu stesso: l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i suoi cani, carri, carrozze, dal moto generale lento, Poi, nel ventesimo secolo il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo.»

« Finale esplosivo » e Mildred annuì, approvando.

« Le opere dei classici ridotte così da potere essere contenu­te in quindici minuti di programma radiofonico, poi riassunte ancora in modo da stare in una colonna a stampa, con un tempo di lettura non superiore ai due minuti; per ridursi alla fine a un riassuntino di non più di dieci, dodici righe di dizio­nario, Ma eran molti coloro presso i quali la conoscenza di Amleto (tu conosci certo questo tìtolo, Montag) si riduceva al “condensato” d’una pagina in un volume che proclamava: Ora finalmente potrete leggere tutti i classici. Non siate infe­riori al vostro collega d’ufficio! Capisci? Questo l’andamento intellettuale degli ultimi secoli. »

«Basta seguire l’evoluzione della stampa popolare: Clic! Pic! Occhio, Bang! Ora, Bing! Là! Qua! Su! Giù! Guarda! Fuori! Sali! Scendi! Uff! Clac! Cic! Eh? Pardon! Etcì! Uh! Grazie! Pìm, Pum, Pam! Questo il tenore dei titoli. Sunti dei sunti. Selezioni dei sunti della somma delle somme. Fatti e problemi sociali? una colonna, due frasi, un titolo. Poi, a mezz’aria, tutto svanisce. Il cervello umano rotea in ogni sen­so così rapidamente, sotto la spinta di editori, sfruttatori, radiospeculatori, che la forza centrifuga scaglia lontano e di­sperde tutto l’inutile pensiero, buono solo a farti perdere tempo.»5

In queste parole è evidente una sorta di scivolamento della società di tipo futuristico verso una realtà sempre più dinamica, incalzante, dove a dominare è la velocità, la necessità di correre per tenere testa alla continua concorrenza, “alle esigenze del mercato” come si dice oggi: in questa idolatria della velocità, della sintesi ad ogni costo, la lettura rischia di diventare una perdita di tempo, un’inefficace e dispersiva azione sonnacchiosa in tempi di efficienza edonistica.

Fermarsi a riflettere (e la lettura è riflessione) significa rimanere indietro, problematizzare uno stato di cose che invece vuole apparire apodittico, totalitariamente inconfutabile e indiscutibile quanto superficialmente appagante: di qui la banalizzazione e continua semplificazione propria della società mediatica: ogni problema si riduce a slogan, titolo e sintesi schematica, a banalità falsificante, senza più spazio per una effettiva comprensione delle cose; è l’applicazione del principio fondamentale della semplificazione nella propaganda.

Il discorso del capitano Baetty prosegue:

« La durata degli studi si fa sempre più breve, la disciplina si allenta, filosofia, storia, filologia abbandonate, lingua e or­tografia sempre più neglette, fino ad essere quasi del tutto ignorate. La vita diviene una cosa immediata, diretta, il posto è quello che conta, in ufficio o in fabbrica, il piacere si anni­da ovunque, dopo le ore lavorative. Perché imparare altra cosa che non sia premere bottoni, girar manopole, abbassar leve, applicar dadi e viti? »(sottolineatura mia)6

Qui Bradbury anticipa il nocciolo del problema dell’istruzione nell’attuale società occidentale: il potere abbisogna sì di un’istruzione, ma che non produca effettiva cultura, pericolosa per il potere stesso in quanto portatrice di istanze critiche dell’individuo; e dunque, ecco l’istruzione ridotta a mera istruzione all’uso della tecnologia, addestramento pratico funzionale al sistema, al servizio di una pseudocultura aziendale, naturalmente di basso livello, puramente esecutiva (è ciò che in Italia si è raggiunto recentemente con la famigerata cosiddetta “buona scuola” e la cosiddetta (pseudo)alternanza scuola-lavoro).

Tutto questo processo passa, infatti, attraverso la dequalificazione della scuola e della cultura tradizionale (che nel romanzo si traduce concretamente nel rogo dei libri) e nella valorizzazione enfatizzata dell’immagine con la sua rutilante fantasmagorica forza attrattiva e distrattiva, nell’attuazione di una volgare politica del “panem et circenses”:

Più sports per ognuno, spirito di gruppo, divertimento, svago, distrazioni, e tu così non pensi, no? Organizzare, riorganizzare, superorganizzare super-super-sports! Più vignette umoristiche, più fumetti nei libri! Più illustrazioni ovunque! La gente assimila sempre meno. Tutti sono sempre più impa­zienti, più agitati e irrequieti. Le autostrade e le altre strade d’ogni genere sono affollate di gente che va un po’ da per tut­to, ovunque, ed è come se non andasse in nessun posto. I profughi della benzina, gli erranti del motore a scoppio. Le città si trasformano in auto-alberghi ambulanti, la gente sem­pre più dedita al nomadismo va di località in località, seguen­do il corso delle maree lunari, passando la notte nella camera dove sei stato tu oggi e io la notte passata. »

«Consideriamo ora le minoranze in seno alla nostra civiltà. Più numerosa la popolazione, maggiori le minoranze. Non pestare i piedi ai cinofili, ai maniaci dei gatti, ai medici, agli avvocati, ai mercanti, ai pezzi grossi, ai mormoni, battisti, unitarii, cinesi della seconda generazione, oriundi svedesi, ita­liani, tedeschi, nativi del Texas, brooklyniani, irlandesi, oriundi dell’Oregon o del Messico. Tutte le minoranze, fino alle infime, vanno tenute bene. Scrittori, la mente pullulante dì pensieri malvagi, chiudono a chiave le loro macchine per scrivere. Tutto questo è avvenuto! Nessuna meraviglia che i libri non si vendessero più, dicevano i critici; ma il pubblico, che sapeva ciò che voleva, con una felice diversione, lasciò sopravvivere libri e periodici a fumetti. Oltre alle riviste erotiche a tre dimensioni, naturalmente. Ecco, ci siamo, Montag, capisci? Non è stato il Governo a decidere; non ci sono stati in origine editti, manifesti, censure, no! ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo, grazie a Dio! Oggi, grazie a loro, tu puoi vivere sereno e contento per ventiquattr’ore al giorno…7

Si realizza in tal modo una finta democrazia egualitaria: tutti devono essere uguali in una omologazione livellatrice dei cervelli, resi ottusi e passivi attraverso i media e il consumismo; non è l’uguaglianza dei diritti che viene teorizzata, ma dei comportamenti indotti, livellati dal conformismo di massa:

Noi dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale. Ogni esse­re umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti sono felici, perché non ci sono montagne che ci scoraggi­no con la loro altezza da superare, non montagne sullo sfon­do delle quali si debba misurare la nostra statura! Ecco per­ché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio del­l’uomo istruito? Cosicché, quando le case cominciarono a es­sere costruite a prova di fuoco, non c’è più stato bisogno di vigili del fuoco, dei pompieri, che spegnevano gli incendi coi loro getti d’acqua. Furono assegnati loro i nuovi compiti, li si designò custodi della nostra pace spirituale, il fulcro della nostra comprensibile e giustissima paura di apparire inferiori; censori, giudici, esecutori. Tu, Montag, sei tutto ciò, io so­no tutto ciò. » (…..)

Gli esseri umani vogliono la felicità non è vero? Non è quello che sentiamo dire da quando siamo al mondo? Voglio un po’ di felicità, dice la gente. Ebbene, non l’hanno forse? Non li te­niamo in continuo movimento, non diamo loro ininterrotta­mente svago? Non è per questo che in fondo viviamo? per il piacere e i più svariati titillamenti? E tu non potrai negare che la nostra forma di civiltà non ne abbia in abbondanza, di titillamenti… »8

In questo processo di controllo delle masse, è anche teorizzato il ruolo della pseudoinformazione, che prende gradualmente il posto della cultura: l’eccesso di informazione, disordinatamente e caoticamente propalata e messa a disposizione di tutti, come oggi è avvenuto grazie alla rete, sarà scambiata per cultura, traducendosi in realtà in un annullamento dell’informazione stessa… un coacervo potenziale di troppe nozioni corrisponde a zero:

Se il governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia e in predala delirio fiscale, meglio tutto

questo che non il fatto che il popolo abbia a lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari. Riempi loro i crani di dati non combustìbili, imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muove­re tanto son pieni, ma sicuri d’essere “veramente bene informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensa­zione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia onde possano pescar con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza. Chiun­que possa far scomparire una parete TV e farla riapparire a volontà, e la maggioranza dei cittadini oggi può farlo, sarà sempre più felice dì chiunque cerchi di regolare calcolare, misurare e chiudere in equazioni l’Universo, il quale del resto non può esserlo se non dando all’uomo la sensazione della sua piccolezza e della sua bestialità e un’immensa malinco­nia. Lo so, perché ho tentato anch’io; ma al diavolo cose del genere. Per cui, attaccati ai tuoi circoli sportivi e alle tue gite, ai tuoi acrobati e ai tuoi maghi, ai tuoi rompicolli, autoreat­tori, motoelicotteri, donne ed eroina, e ad ogni altra cosa che abbia da fare coi riflessi condizionati.9

Certe affermazioni sulla massificazione della società e della cultura furono lucidamente e ancor più profeticamente anticipate da Leopardi, ed assumono oggi una macabra consonanza con il testo in analisi:

Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. L’istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, donde la dottrina non è stata ancora potuta snidare, non vi par egli che il veder sorgere di questi uomini dottissimi divenga ogni giorno meno possibile? (…)

Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che l’individuo si prenda nessun incomodo, poiché, per qualunque suo merito, né anche quel misero premio della gloria gli resta più da sperare né in vigilia né in sogno. Lasci fare alle masse; le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. Ma per tornare al proposito del libro e de’ posteri, i libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. Io per me credo che il secolo venturo farà un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono; ovvero dirà: io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto, senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo presente e futuro, assolvano essi e loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose. Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima: quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole….10

Su questa lucida consonanza fra il nostro grande scrittore ottocentesco e il romanziere americano del secolo scorso nella denuncia di una volgare massificazione della cultura che si traduce in uno svilimento generalizzato dell’istruzione, voglio concludere questa riflessione letteraria, mettendo tuttavia in rilievo che il finale di Fahrenehit 451 elabora dalla catastrofe conclusiva – del protagonista, braccato dal potere, e della sua stessa società che soccombe in una guerra micidiale – una possibilità di redenzione e rinascita, parallela alla ricostruzione della civiltà grazie alla memoria dei libri, conservata pervicacemente da individui isolati e proscritti, ai quali è affidata la sopravvivenza della cultura e, con essa, dell’umanità stessa. Il tempo del silenzio e della parola, che in esso si scandisce nel suo potere evocativo e nella sua forza civilizzatrice, diventano i presupposti per la rinascita di una umanità che trova nel pensiero e nella sua libertà le condizioni per continuare a esistere.

Luglio 2016 Danilo Falsoni.

1 Per un approfondimento su utopia e distopia cfr. DANIELE PORRETTA, L’immagine della città del futuro nella letteratura distopica della prima metà del ‘900, Universidad politecnica de Cataluna, Barcelona 2014, (on line).

2 R. BRADBURY, Fahrenheit 451, trad. G.Monicelli, Mondadori, Milano 1991, pp. 16-18.

3 V. PACKARD, I persuasori occulti, Einaudi, Torino 1989.

4 R. BRADBURY, Fahrenheit 451, cit., pp. 24-25.

5 R. BRADBURY, Fahrenheit 451, cit., pp. 64-65.

6 Ibidem, p.65

7 Ibidem, pp. 66-67.

8 Ibidem, pp. 68-69.

9 Ibidem, pp.71-72.

10 G.LEOPARDI, Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali.

Mercoledì 14 febbraio 2018. Conferenza dell’Ing. Edoardo Bignetti.

STORIA MISINTA X 25esimo logoLa conferenza dei febbraio della nostra Associazione

si terrà il mercoledì 14 alle ore 16 nella sala dell’Emeroteca.

L’Ing Edoardo Bignetti ci parlerà

della Danza Macabra che si osserva spesso come

elemento decorativo-educativo dell’uomo medievale

INVITO X 1 BIGNETTI

La presente trattazione cerca di spiegare il significato e il percorso delle Raffigurazioni Macabre, sviluppando la progressiva metafomorfosi dell’Icona della Morte, dalla “Peste nera a cavallo” alle immagini dell’incontro dei “Tre Scheletri e i Tre Cavalieri”, dal “Trionfo della Morte Regina”, alla “Danza Macabra degli scheletri”, tenendo ben presente quali fossero i maggiori riferimenti di riflessione, per l’uomo medievale, nel colloquio con la Morte e cioè: la religione e la società civile.

Attraverso i secoli, che vanno dalla fine dell’Impero Classico fino all’XI sec. sconvolgimenti bellici, geografici, sociali, epidemie, carestie, devastazioni militari e politiche, e motivazioni soprattutto religiose, ancorarono la vita dei popoli europei e circostanti alle terribili paure apocalittiche propagandate dalla Chiesa e Religione Cristiana, con innegabili influenze nel rapporto fra la vita e la morte.

Nel corso poi dei Tempi Nuovi (XII,XIII,XIVsec.), si assiste alla nascita e al proliferare di una nuova cultura dell’essere e del morire, legata all’evoluzione della società in seguito allo sviluppo sia della tecnica e tecnologia (in una visitazione più laica e positiva della scienza nel rapporto causa-effetto, nella Logica, e negli accadimenti in Natura), sia della dialettica dei rapporti Stato – Chiesa, sia dello crescita degli Ordini Conventuali, che della nascita e sviluppo dei Centri di cultura e Università. Insomma una nuova cultura dell’Essere e del Morire, che si fece parte della vita quotidiana e cosi anche l’Arte e in particolare quella Pittorica,che si fece portatrice delle istanze sia Clericali, che Laiche, in un contesto più umano. In tal senso l’Uomo in parte recuperò la sua libertà interiore, il senso della vita. La letteratura iniziò a trattare temi laici sul piacere del vivere e sull’Amor Cortese, (Chanson de Roland ,.. Le Roman de Perceval ou le conte du Graal,… Tristan et Iseut,…), trovatori e menestrelli si fecero portatori di queste nuove istanze girando per le Corti e le Campagne; l’incontro con la Morte si fece concretezza nella rappresentazione dello scheletro e si rappresentò una morte concreta non più assoggettata unicamente e drammaticamente alla Damnatio Mori, del Giudizio Finale, nel tribulato rapporto : Piacere= Peccato. Ognuno dei personaggi dipinti, con il proprio sorriso quasi sarcastico, ci presenta un quadro di satira sociale dove l’esistenza umana si mostra nel suo grado più alto della propria limitazione; la Morte è vista come sorte comune a tutti e presentata nel suo aspetto riequilibratore di qualsiasi ingiustizia.

Nella seconda metà del sec. XIV la raffigurazione del connubio Peste Nera – Morte, con lo scheletro iroso apocalittico, andò via via esaurendosi , salvo che in alcune aree dell’Umbria e della Toscana per recrudescenze del morbo.

Nei secoli successivi ,dal XV/XVIsec in avanti, si evidenziò viepiù il Contesto Religioso nella nascita delle Correnti Riformiste e Controriformiste, la nascita e articolazione nel tempo e nello spazio del Tribunale della Santa Inquisizione, il consolidarsi dei confini Nazionali e le guerre di Espansione, i contatti con i nuovi mondi al di là dell’Atlantico e gli sviluppi commerciali, culturali e scientifici con l’estremo oriente e con i paesi Arabi e da ultimo, ma non per ultimo, lo sviluppo della stampa, che rapidamente raggiunse ogni luogo e rese disponibile a molti la presa visione e lettura di incunaboli, stampe, xilografie, incisioni con riproduzioni di scheletri, di morti, morti di ogni livello sociale, dal politico al religioso, al militare oltre che al cittadino comune e al servo della gleba. In tale contesto si stempera gradualmente l’attenzione verso i Trionfi della Morte, con lo scheletro armato di arco e frecce e archibugio in un contesto apocalittico, rinvigorendo i temi delle Totentanz prima e dando poi dal XVI sec. preminenza e largo spazio alle raffigurazioni della Pietas, della Passio, del Compianto e Resurrezione.

Con riferimento alle osservazioni espresse nella dispensa dal titolo : “La Danza Macabra: concetto, iconografia, storia”, la dott.ssa TATIANA ARNONE scrive :

…[..]… La danza macabra rappresenta un evento culturale del tardo Medioevo che per lo storico dell’arte E. Male e gli storici J. Huizinga e A. Tenenti, compare inizialmente in Francia, per diffondersi secondo due direttrici prevalenti che vanno dalla Francia al Mar Baltico e dalla Francia alle Alpi orientali, fino a trovare piena espressione nell’Europa settentrionale dal XIV al XVI secolo. E. Male ne evidenzia l’origine popolare e pertinente al repertorio della predicazione, facendola derivare da una prima drammatizzazione di una predica sulla morte, per iniziativa di qualche predicatore francescano o domenicano che intendeva sostenere la verità della sua predicazione. …//… come nel caso di Girolamo Savonarola nelle sue prediche antimedicee a Firenze, ciò contribuendo a diffondere nelle città una sensibilità collettiva di fronte alla morte. Le danze di morte dunque, costituiscono una preziosa testimonianza dello stato spirituale e morale che regnava nel Medioevo, un’epoca che coltivò l’idea della morte con tanta insistenza, probabilmente a causa della peste che dovette generare un profondo sbigottimento nell’animo della generazione che sopravvisse ai suoi assalti più violenti. Morte, non solo come pia esortazione (memento mori), ma anche, a volte, satira sociale, perché i poveri potevano vedere i ricchi come propri eguali, e grande argomento cristiano: Dio unirà i peccatori, davanti a Lui tutti sono uguali e responsabili delle proprie azioni: la morte dunque si poneva come messaggera di Dio..//.. Alla base dello sviluppo dell’idea sulla morte e dell’eguaglianza dinanzi ad essa, sembra esserci la concezione della danza- ronda come forma di movimento propria dei morti, derivante dal concetto più generale che ogni movimento sopramondano e dell’aldilà sia danza: danzano le stelle, gli dei, gli spiriti. La mistica danza dei morti diviene un’apparizione quasi spettrale. Questa concezione, che è nello stesso tempo un memento mori, solo nel Medioevo si presenta in forma di danza dei vivi e dei morti insieme, come annuncio della morte e liberazione dalla vita terrestre. ..//…L’immagine più familiare che nello spirito dell’uomo, svegliava l’idea dell’abbandono alla volontà altrui, era precisamente l’immagine della ronda. Questa danza toglie ai partecipanti ogni volontà propria, essi sono trascinati da chi li guida, tracciando il cammino, chiudendo e aprendo la catena, annodandola e sciogliendola. Nella ronda della danza della morte s’incatena l’umanità tutta: pittori e poeti trovarono una rappresentazione diretta per far comprendere ai vivi che tutti dovranno percorrere lo stesso cammino per raggiungere la medesima meta e attraverso le stesse angosce. …”

 

 

 

Mercoledì, 17 gennaio 2018, ore 16. Conferenza del Dott. Roberto Panchieri.

La prima conferenza 2018 dal titolo

“Brescia all’epoca della renovatio urbis.

Tipologie e caratteri architettonici dei palazzi bresciani del Cinquecento come specchio degli scritti di Nicolò Zen”

sarà tenuta dal

Dott. Roberto Panchieri

cultore dell’architettura rinascimentale a Brescia

INVITO PANCHIERIIl magistrato veneziano Nicolò Zen, nelle sue opere manoscritte e a stampa, esprime la temperie culturale veneziana dei primi del Cinquecento, diretta a una renovatio sociale della Repubblica da cercare nel recupero di antichi valori e nel perseguimento dell’uguaglianza come fondamento dell’armonia interna allo Stato. Dal punto di vista architettonico ciò si traduce, soprattutto durante la prima metà del Cinquecento, nella diffusione di una tipologia di edilizia privata caratterizzata da una contenuta mediocritas che evita qualsiasi conflitto con l’opulenza dei palazzi del potere politico. I palazzi bresciani di questo periodo ricalcano con precisione le teorie espresse dallo Zen e, allo stesso tempo, le loro facciate diventano libri aperti sui quali leggere il progressivo aggiornamento del linguaggio dell’architettura, da bizzarre espressioni proto-rinascimentali fino alle prime esuberanze anticipanti il barocco. Muovendo dalle parole dello Zen, si seguirà un percorso tra facciate e portali di palazzi bresciani più e meno noti, in cui questa conservatrice renovatio urbis si concretizza senza impedire una definizione sempre più moderna e aggiornata dell’architettura, fino ad alcuni esempi tardo cinquecenteschi in cui la mediocritas, tanto cara alla vecchia nobiltà, è ormai sistematicamente disattesa da chi pretende di ostentare il proprio status sociale.

Dott. Roberto Panchieri, diplomato geometra nel 2008, consegue la laurea in Ingegneria edile-Architettura a Brescia nel 2016 con una tesi sullo sviluppo del linguaggio architettonico rinascimentale a Brescia durante il XVI secolo. Appassionato da sempre di storia dell’arte e dell’architettura locali, cura un blog sul tema e segue alcuni percorsi di ricerca aperti sull’architettura bresciana del Cinquecento. È attualmente professore per le scuole superiori presso Eurostudi Srl (Brescia).

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